Garbo

gretag
§
ho visto una creatura.
splendida.
non era divina.
non era infernale.
non era neppure di qua.
era di un mondo
che non conosciamo,
lontano.
era splendida, questa creatura,
lontana, ma così vicina.
sfuggente, ma già catturata.
irraggiungibile, ma già raggiunta.
viva,
ma allo stesso tempo, morta.
vincitrice, ma sconfitta.
incompresa.
ho visto una creatura,
splendida.
infelice.
§

garbocandid

garbo screentest del 1949. dopo anni lontana dalle scene la garbo incontrerà per l’ultima volta la telecamera (il film alla fine non si fece, ma è rimasto questo bellissimo provino)

Camille-1936. la stupenda scena della morte di marguerite gauthier. penso che la garbo non sia mai stata così bella come in queste scene, così delicata, fragile nei suoi movimenti ed eterea.
ed il suo viso così estremamente puro. tra tutte la mia scena preferita.

nel 1930 tutti i giornali titolavano”GARBO TALKS” perchè la curiosità di sentire la voce del “volto” era salita alle stelle con l’avvento del sonoro, si chiedevano se la garbo avrebbe superato la prova del sonoro con la sua voce e, da posteri, si può dire che la leggenda ce lo conferma.
la sua voce è stata definita una “voce viola” per la sua particolare vellutatezza e raffinatezza. una voce bassa , lievemente strascicata e dalla pronuncia dura ha ammaliato milioni di fans.questo spezzone è del primo film sonoro americano girato, anna christie (prima di questo lei aveva girato lo stesso film,ma in tedesco), dove pronuncia la famosa frase “give me a wihskey, ginger ale on the side.and don’t be stingy baby.”

Corriere estate. Passioni d’ amore
Illuso dalla divina Greta Garbo e tradito con venti piatti di risotto

Mi sembra proprio che fosse il mese di marzo del 1954, barcollavo per aver fatto il viaggio per mare tra Genova e New York sulla nave Constitution e passeggiavo, sempre ondeggiando, sul marciapiede di Central Park South, dalla parte dell’ Hotel Plaza e dell’ Hotel Navarro quando vidi una donna alta, con gli occhiali neri, che veniva avanti. Chi era mai? Tanto lo dico. La donna con gli occhiali neri era Greta Garbo e camminava tranquillamente come se non avesse niente da fare, ancora meno da fare di me che ero appena arrivato a New York. Ottimista e più che mai convinto che a New York, e per tutta l’ America che avrei attraversato, avrei avuto la fortuna di incontrare quasi tutti gli eroi dei miei sogni. Qualcuno, al bar del Plaza, mi disse che New York era ben nota alla Garbo. E che viveva, forse, al Village. Ci viveva spesso, confermarono gli amici, quando, qualche mese più tardi, fui invitato dalle parti di Pacific Palizades, California, a una gran cena organizzata da uno scrittore italiano molto noto a Hollywood, Pier Maria Pasinetti detto Piemme: che in quei mesi faceva il consulente storico per la Metro Goldwyn Mayer che stava girando il film Giulio Cesare con Marlon Brando. Piemme mi aveva portato un paio di giorni prima alla Metro, fermato all’ ingresso dai severissimi guardiani uno dei quali lo aveva subito riconosciuto – in America scordare il nome di qualcuno che hai conosciuto è un affronto molto grave – quindi: «Hallo Mister Pasinetti, nice to see you!» aveva esclamato il capo guardiano e così eravamo entrati molto lentamente in auto in quel mondo fatto di scatoloni numerati, i teatri di posa e in quelle stradine, come per incanto, si era materializzato Lionel Barrymore che stava sprofondato in una sgangherata auto decappottabile e fumava beato avvolto in un impermeabile altrettanto sgangherato… A svegliarmi da quella esaltazione che mi aveva preso, Piemme chiese: «Ma a te piacciono tanto gli attori? Perché domani sera darò una cena. Vuoi venire?». Allora ero proprio là dentro, in mezzo a loro. Non mi passava ancora per la testa che avrei poi raccontato questa storia agli amici, ma di gente famosa ne stavo conoscendo parecchia, perché, dietro suggerimento di Guido Piovene che aveva scritto un gran libro sull’ America, ero stato a Taos per conoscere Frieda von Richthofen, cugina del Barone Rosso e moglie di David Herbert Lawrence, l’ autore dell’ Amante di Lady Chatterley. A Taos quella sera si gelava, e Frieda mi aveva regalato una giacca di pelle, un po’ conciata, appartenuta a Lawrence, una giacca che sta appesa nel mio armadio, ancora adesso, estate del 2001. Alla cena di Pasinetti c’ era tanta gente stranota o celebre: come la cantante nera Eartha Kitt che cantava La vie en rose meglio di tutti; l’ attrice Nina Fochi e il produttore John Houseman: e quando spuntò Charlie Chaplin fece dei ruzzoloni sulla moquette per divertirci. Ma il pezzo forte della serata fu l’ annuncio che, nel giro di una mezz’ ora, ci sarebbe stato un favoloso risotto, specialità italiana del padrone di casa, forse allo zafferano, o al radicchio, visto che Pasinetti era veneto. In quei primi mesi americani ero sempre sveglio e alterato perché l’ America mi tirava dalle sue parti, nel cinema, nel jazz, nella letteratura. E non sarebbe mancato William Saroyan, John Fante; e Chet Baker, un ragazzo che suonava la tromba e cantava, non saprei dire come, ma cantava come nessuno My Funny Valentine. L’ America degli anni Cinquanta mi avrebbe fatto stare eccitato e malato in quel modo meraviglioso di quando ti dimentichi tutto per ricordare soltanto le novità. In casa Pasinetti c’ erano due camerieri che portavano in giro i primi piatti di risotto fumante. Io guardavo il paesaggio da una finestra che dava sull’ Oceano quando una donna alta, magra, stavolta senza occhiali neri, mi venne proprio davanti al naso e guardandomi bene in faccia disse: «Sei italiano, è così? Questo risotto è per te». Greta Garbo stava con il piatto teso davanti a me tra le mani, lo presi al volo ma le dissi che l’ avevo incontrata a New York, dalle parti dell’ Hotel Plaza, Central Park South. Lei fece un segno con la testa, un segno affermativo, io non lasciai cadere sulla moquette il risotto, ma le andai dietro, da automa, nella speranza di dirle ancora due parole. Mi sembrava che non avesse detto una sola parola, soltanto mimica e un invito a mangiare il risotto, ma le andai dietro perché volevo sentire la sua voce, il suo timbro, perché da noi la Garbo era sempre stata doppiata e adesso volevo sentirla parlare. Un mese prima, a Washington, avevo chiacchierato con Billie Holiday che cantava in un night. Sentir parlare la Garbo, quello volevo. Che accento aveva? Parlava inglese, lei svedese, o si era già americanizzata? Dissi qualcosa nella speranza che aprisse bocca e Greta ascoltò le mie parole come se fosse la cosa che si aspettava, visto che stavo là in mezzo. Allora disse: sei uno dei nostri, o no? Ero uno di loro? Ma sì, ripetè, sei uno scrittore, lo ha detto Piemme, sei uno di noi. C’ è un altro modo di star male quando si sta benissimo ma non si sa più cosa fare? Tornai alla finestra, il risotto era là, in croce e dimenticato. La Garbo aveva aperto bocca per la seconda volta e la sua voce era un’ altra da quella italiana dei film, più dolce, molto calma, parlava lentamente, con le parole staccate precisamente bene una dall’ altra, e diceva cose che si capivano, come quando chiese da quanto tempo ero in America. Guardavo i suoi occhi e i suoi piedi e ragionando, mi sembrò che le sue scarpe di camoscio marrone fossero impolverate, avrei pulito volentieri le sue famose scarpe basse che si tenevano dentro, ben stretti, i suoi piedi. Di una bella misura, ma lei era alta, tutti i raggi di quel sole erano proporzionati e indimenticabili. In quegli anni lontani fumavo, avevo spalancato un pacchetto di sigarette Senior Service, offerta una a Miss Garbo, si chinò, la accese e mi guardò molto da lontano, come se non mi avesse mai visto. La serata con i risotti come piatto unico andò avanti un pezzo, c’ era allegria e il vino non veniva versato ma spinto nei bicchieri, lei fumava di profilo e non mangiava un bel niente. Perché si era offerta di aiutare il padrone di casa offrendo il risotto a quasi tutti, o ai ritardatari. Per me il tradimento, non era ancora l’ incendio che brucia chi perde la testa per una donna. E non ha altro rimedio che tradire a mia volta. Con il senso di colpa. Il tradimento era una tragedia per grandi, ero giovane e credevo in una cosa per volta. Quando mi resi conto che la Garbo offriva un piatto di risotto anche agli altri ospiti, tornai alla finestra sull’ Oceano. E guardai fuori. E vidi chiaramente che nella vita mi sarebbe capitato tutto quanto. Che mi sarei dovuto abituare alle stranezze delle banalità, se la Garbo si dava da fare per offrire un piatto di risotto a tutti quelli che avevano voglia di mangiarlo. Della Garbo non dicevano un bel niente perché quando Charlot si rotolò per terra per spiegare che razza di film stesse girando, o che scena avesse scritto lui stesso, io senza frugare nella memoria che è sempre stata il mio forte, rividi la Garbo in quelle prime famose fotografie in bianco e nero dei suoi film, e di quando la Garbo, per la prima e forse unica volta nella sua carriera, rideva come se non avesse fatto altro nella vita. Nel film Ninotchka lei avrebbe riso di gioia come se quello fosse stato il suo unico mestiere, quello di far ridere. Quindi non soltanto Charlot, ma anche la Garbo faceva ridere e sembrava crederci. Era anche stata esemplarmente tragica in Anna Karenina un film che avevo visto in lacrime al cinema Italia di Cremona. Lei aveva spiegato, a noi credenti, tutto quello che ci può stare nella vita, quella vera di tutti i giorni, quella altrettanto vera del cinema e quella inventata dagli scrittori. Nessuna attrice era stata autentica e credibile quanto lei. Non a caso quando alludevano alla Garbo dicevano «la divina». Allora andavamo al cinema soprattutto per commuoverci e Greta era stata la nostra maestra. Lei era là in mezzo alla festa dei risotti, io continuavo a ricordare le sue fotografie, lei vestita di bianco, lei di profilo, lei in Grand Hotel quando corre di malavoglia in teatro perché tutto le va storto. Tornai fra gli ospiti per darle una mano. Aspettavo che il tipo che mangiava il risotto lo finisse o lo lasciasse a metà per prendergli il piatto e portarlo in cucina. La Garbo era proprio là, in mezzo ai piatti fumanti che il cuoco le porgeva e sarebbe tornata, per la ventesima volta, in sala per offrire, cosa mai? l’ ennesimo piatto di risotto. Io ero stato il primo e mi aveva guardato negli occhi perché non mi sbagliassi ma, da attrice che sa la parte a memoria, ripeteva la scena come se niente fosse. Questa storia mi è rimasta dentro per anni, non l’ ho mai raccontata perché mi cuoceva il cuore, lo cuoceva così bene che ogni tanto smettevo di portare i piatti in cucina per pensarci il meno possibile. Ma forse, dico forse, io sono stato l’ unico italiano tradito almeno una ventina di volte da Greta Garbo nella stessa sera, e a pochi minuti di distanza l’ una dall’ altra. Non so se sia arrivato il caso di scomodare il Guinness dei primati. Ma ci siamo andati molto vicino. Post scriptum Supponiamo che mi sia addormentato, sognando, scopro che siamo arrivati all’ estate del 2001, e la primavera del 1954, quando la storia del risotto, con gli occhi della Garbo puntati nei miei, prese fuoco, è ormai lontana. Ma niente è mai abbastanza lontano se la memoria o l’ intuito di uno scrittore pretendono di indagare. Sarei mai stato capace di amarla o di essere scelto, anche per mezza giornata, dalla Garbo? A quale animale assomigliare per incuriosirla? Perché la Garbo era fuori discussione, per carattere. Avrei avuto il coraggio di amare una divinità? Una speciale divinità terrena, visto che sono incapace di amare le divinità inventate dalle religioni. Allora: da che parte cominciare? Intanto, starmene zitto, aspettando che la Garbo dicesse ancora due parole, per sapere… se tornavo a New York, per esempio. Me lo avrebbe mai chiesto? Ninotchka sì, Karenina no. A meno che… a meno che nella sua testa stesse prendendo corpo la forma di una sorpresa, della stranezza che abitava in quella forte natura molto femminile. L’ amico italiano Piemme mi avrebbe forse rivelato dove abitava a New York: potevamo prenderci un caffé in uno dei bar del Plaza? Sbagliato. Non avrebbe mai messo piede al Plaza, troppo nota. Forse quell’ altro bar, da Clarke’ s, quello dove Ray Milland aveva girato il famoso film Giorni perduti della sua storia da ubriacone, sulla Terza Avenue… poteva andare Clarke’ s? E i suoi amori, fragili o tenaci che fossero, non erano gli altri enigmi da aggiungere ai misteri della sua esistenza? Amava, così dicevano, il celebre direttore d’ orchestra Leopold Stokowski, di qualche anno più vecchio… ma sembrava che amasse, di nascosto, altra gente, forse meno nota: o forse, come giuravano, una donna che sapeva rispettare alla perfezione il passionale pudore che faceva, dell’ esistenza della Garbo, un caso unico tra gli attori e le attrici di Hollywood. L’ amore che la Garbo avrebbe potuto dare a chi la incuriosiva era di una forza tutta speciale che poteva anche confinare con la leggerezza che le suggeriva di accettare soltanto la gioia di starsene da sola, invisibile: quindi lontana, per carattere, dal mondo di lavoro che si era scelto? Qui mi fermo, di proposito. La storia con Greta Garbo è andata così, come ho scritto. Le aggiunte non esistono e nemmeno posso dire: tirate un po’ voi lettori le somme, se ne siete capaci. È stato un bell’ enigma, anche per un ottimista come me. Sono abituato ai colpi di fortuna e allora, forse, insomma… Qui mi fermo e smetto di indagare.

Soavi Giorgio

Pagina 35
(27 luglio 2001) – Corriere della Sera

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