il suo sguardo tremendo non se lo dimenticherà mai, la bambina con le trecce scure.
La teneva per mano e le disse vieni con me, ti farò vedere le meraviglie, vieni con me e ti insegnerò la vita. Gli ingenui occhi non versarono lacrime, pieni di stupore, solo pietà per l’uomo impararono a conoscere.
La pietà e la vergogna per il carnefice, senza perdono e le trecce disfatte.
Le sue guance purpuree, verginee, solo loro piansero.
E la bimba vide il mondo mutare. le sue mani strinsero l’uomo e per tutta la vita non strinsero altro che aria.
I suoi pensieri offuscati lo uccisero, la vergine indifferenza uccise la sua virilità e nemmeno un rivolo di piacere scese tra le sue gambe.
L’aveva uccisa. i suoi occhi di vetro, le sue labbra da bambola protese verso i corvi che lassù danzavano, celebrando il macabro rito.
Come un ladro fuggì, il peggiore dei ladri.
passò un tempo infinito, finché la lieve brezza accarezzò il suo dolore, era diventata fresca come la notte, la bimba.
Che piano si rialzò e trascinando la sua infanzia dietro di sé, pestò i fiori che le stavano attorno, con i suoi piedi calpestò chi viveva, chi rideva, chi piangeva.
Era il gioco che faceva con l’anima persa, dimenticata chissà dove, laggiù, nel folto del bosco.
se mai dovessi avere figli, cosa che non succederà mai. ma, SE MAI DOVESSI AVERNE, ho sempre pensato a come li avrei educati.
devo dire che uno dei principali motivi per cui non voglio figli è la loro adolescenza e l’impianto culturale, morale che il genitore deve dargli. insomma la sua formazione e la “ribellione” adolescenziale.
mi sono chiesta, che cosa dovrei fare?
mio figlio lo farei crescere senza tv, uno dei peggiori mali, senza stupide pubblicità, senza stupidi ed inutili giocattoli, ma non li abolirei tutti perchè la fantasia viene alimentata anche maneggiando bambole, non sono contraria ai videogiochi, insomma, io li uso, ma un bambino non ha il senso della misura e finisce che si rincoglionisce lì.
premettendo che sicuramente la mia casa sarà tapezzata da libri, quaderni, film, film e film spero che prenda spunto dalla cultura e mi diventi una persona obiettiva e intelligente, per carità se poi vorrà fare il tronista ( sperando che per quel tempo non esistano più)lo lascerò fare, ma mi chiederei dove ho sbagliato per creare un tale coglione.
se sarà una femminuccia, non gli racconterò mai e poi mai fiabe quali cenerentola e biancaneve, il male maggiore delle future donne, che inculcano in testa l’idea di principe azzurro e poi si ritrovano a vent’anni a dire sbattendo gli occhioni “sì io ci credo al principe azzurro” tutte sicure di sè, poi arrivano a trent’anni nevrotiche che si lamentano della vita e degli uomini che non sono come dovrebbero essere, e addirittura alcune ammettono orgogliose che per il loro uomo saranno una geisha (senza sapere cos’è una geisha tralaltro). per fortuna ero una bambina intelligente e non ci sono mai cascata. piuttosto gli racconto i miti greci, o gli leggo libri, tutto ma non “..e vissero felici e contenti”, non vorrei che vivesse nell’illusione.
a proposito di miti, un’altra storiella che non gli racconterei mai è quella di dio, non lo porterò a messa, non lo battezzerò, non lo farò diventare vittima di certe credenze e valori che ci circondano.
vorrei che fosse una creatura libera.
e poi la domanda agghiacciante: e se dopo avergli negato tv, videogiochi, fiabe,dio, consumismo e troiate varie, mi diventa un bigottone che guarda il grande fratello, che lo commenta sdegnato, che guarda la vita in diretta e che si spacca la schiena per un uomo che forse non la ama nemmeno poi così tanto?
lo so ho generalizzato, ma la questione è: è bene crescere i figli seguendo uno schema che mira a “salvarli”, o meglio “salvaguardarli” da certe schifezze della società, dal marciume insito nella nostra vita ( vedi berlusconi e la felicità) se poi magari, dopo esserne stati privati, sono attratti proprio dalle cose che tu gli hai negato pensando di fare del bene alla creatura?
dilemma..
vivere e non farlo staticamente. persi in una quotidianità vuota e insulsa, senza pensieri, o sogni. lavoro, casa, cibo, tv (grande fratello se possibile) e ricominciare il giorno dopo. no. mi dispiace così non si vive. e poi guardi proprio quelle persone e pensi ” però, loro a differenza mia non hanno tutti questi pensieri catastrofici, sembrano così felici e spensierati”, spensierati appunto. senza pensieri, automi della quotidianità.
e io me ne faccio un baffo, io sogno, mi faccio del male, sono triste, anche in pochi minuti il mio universo può cambiare perchè la staticità non l’ho mai sopportata.
io che pianifico di fumarmi la vaniglia e la cioccolata, che trovo meraviglioso fare le bolle di sapone, guardarle stagliarsi contro il sole, a me che non interessa se chi guida va veloce, mi piace la velocità. penso che ogni minuto possa essere una svolta.
voglio diventare qualcuno, essere eccentrica senza controllarmi, senza nascondermi nel guscio.
vorrei poter essere libera. libera sul serio.
questo è un post di demone very interestinge che mi ha fatto pensare:
Orizzonte verticale
sette sono i passi tra i lati corti della stanza. dodici i filari di tegole rosso-mattone su cui nasce ogni avvisaglia di pioggia. cinque la barre d’alluminio alla finestra che affettano il sole. tre sono i pini che in lontananza si piegano al vento. due sono i rintocchi afoni della mezzora di ogni ora scandita dal campanile. dodici le stazioni radio memorizzate, una per ogni mese. sette sono i ripiani costipati di libri sottolineati. tre sono invece le colonne che formano quelli sparsi sulla scrivania. centinaia le pagine piegate a futura memoria. troppi per contarli i fogli scritti fitti rubando spazio al bianco. uno è il romanzo che ancora non ho cominciato a leggere. millesettecentoquarantatre gli mp3 della cartella musica. tre e settanta sono i metri che separano il pavimento dall’intradosso del soffitto. quattro e cinquanta quelli tra il balcone ed il piano strada. tredici sono i gradini della scala da cui sarebbe così facile andar giù. cinque le settimane segnate sul calendario. novemiladuecentosedici le parole scritte oggi. cento i giorni già barrati di questo anno. otto le rondini che non hanno ancora fatto primavera, ma intanto stanno già qui.
numeri. numeri di un universo finito diventato piccolo ed opprimente, a volte insostenibile.
e io,e io che mi dicevo che tanto i numeri nella mia vita non li avrei trovati mai più dopo la scuola, io che non volevo impegnarmi per capire la matematica e tutti che mi dicevano “ma ce la puoi fare” e io che me ne fregavo, “tanto non serve a niente”, la scusa del secolo. l’ignobile scusa del secolo. ma ormai il mio percorso con la matematica si è concluso. pensavo. poi questo post che mi ha fatto riflettere su ciò che in effetti uno dei miei prof diceva sempre “la realtà è solo numeri, numeri, numeri su numeri” e noi tutti che pensavamo “sentilo, il coglione” e ora dico, vuoi vedere che c’aveva ragione? i numeri sono ovunque, li usiamo per quantificare le cose, li usiamo, in modo esteso, per vivere, se si pensa che al supermercato prendi 1 kg di patate e alla cassa paghi 30 euro (non solo per le patate XD). con i numeri ci marchiavano la gente, in carcere sei un numero, per cercare una persona la chiami al cellulare componendo un numero, io stessa all’università sono la matricola n. e alla fine del mese sai quanti dipendono da quei numeri nella busta paga?
e come ho detto a demone, vuoi vedere che la realtà è davvero un ammasso di numeri e che matrix (tanto citato poi dalla mia prof di filosofia) aveva ragione (e che la prof c’ha visto lungo?)??
sans paroles.
ancora un giro, ancora una volta per questa pazza vita.
Mi piace camminare l’alba, vederla nascere con me dopo una notte all’aria aperta, a guardare esterrefatti il buio, con la testa liquida senza vedere una sola luce, ma una scia di luci.
Senza rendermene conto piangevo, piangevo perché ero triste, ero felice, perché ero così felice che volevo morire.
Tutti insieme noi, era un coro di risate che rimbombavano, era un coro di cuori che battevano così intensamente e urlavano le vene e pulsavano i nostri capelli tra le bizze del vento notturno, come se quella fosse stata l’ultima volta.
Era sempre l’ultima volta per noi.
era una serata che sapeva di libertà, la nostra.
l’abbiamo assaggiata a morsi voluttuosi,
siamo diventati noi stessi aria scura,
con la pelle di luna e
gli occhi come le lucciole nell’afa,
un suono di violino incalzante lontano
vicino all’alba,
che sorgeva timida e fresca,
portando i nostri sogni
a riposare accompagnati da un’altra notte.
da altre stelle.
-a skins, e alla sil, che ogni volta che guardo loro penso a te-
“And somewhere lies the answer
To all the questions why
What really makes the difference
Between all dead and living things, the will to stay alive”
-abba, “move on”-
- “e da qualche parte giacciono le risposte
a tutte le domande,
quello che fa davvero la differenza tra tutte le cose morte e vive,
è la voglia di essere vivi”-
the will to stay alive…non sempre ce l’ho e mi sento un’ingrata a pensarlo, ma in questi giorni lo penso spesso. non è da me dire “com’è bella la vita!”, no proprio no;
ma poi, ci sono quei periodi che io chiamo, di “rinascita”, quando, come una fenice risorgo dalle mie vecchie spoglie, cambio pelle come i serpenti e può accadere che per qualche giorno io sia di un umore ottimo – il che non è proprio da me, nono- ,mi sento laboriosa come un nanetto di biancaneve, e non vedo l’ora che sia mattina perchè ricominci una nuova giornata!
ed è una sensazione così bella! poi come se l’incantesimo finisse, ritorna la me stessa depressa, intrattabile e di cattivo umore e, la peggior cosa, ritorno ad essere poco produttiva, la fiducia che ho in me in questo momento la perdo per strada, e la conseguenza è che non studio più e la mia vita va a scatafascio letteralmente.
il punto è questo, la felicità mi sembra sempre più passeggera, ma che razza di tipo è quello che si alza ogni santa mattina tutto “trallallero-trallallà” e ha così tanta vita per 5 persone? a me sembrano mostri! oltre al fatto che persone del genere le vedo ormai solo nei film con katharine hepburn (ecco appunto, un pò matti si deve essere).
però quando c’è, l’ottimismo è sicuramente il benvenuto!
ed è per questo motivo che stamattina, tutta euforica – alle 7 e mezza…- ho adornato il blog con le due frasi/inno alla vita qua a fianco, che tradotte vengono così più o meno:
“ma come posso spiegarla,
la meraviglia del momento,
di essere vivo, di sentire il sole
che segue ogni pioggia”
-sempre una strofa di “move on” degli abba-
e poi c’è una strofa di pick yourself up:
“ti ricordi, il famoso uomo che doveva cadere per poi rialzarsi di nuovo?
quindi fai un respiro profondo, tirati su, togliti la polvere di dosso e ricomincia tutto di nuovo!”
e io faccio così, puntualmente cado per poi rialzarmi più forte e ricominciare tutto da capo-anche se a dire tutta la verità questo accade per una settimana circa dopo tre mesi di depressione, ma almeno accade! e io non dispero, ho imparato che mollare è sbagliato (e non accenno com’è stato quando ho mollato)-
so, viva la vida, a questo punto!
l’altro ieri, come ogni mercoledì ho preso vanity fair e leggendolo inciampo nell’intervista di albano e mi raggelo di fronte alle seguenti domande: al festival povia presenterà un brano-luca era gay-che ha già scatenato polemiche per il tema dell’omosessualità vissuta come qualcosa da cui guarire: se uno dei suoi figli fosse stato gay, lei come si sarebbe comportato?
risposta: “come padre, mi avrebbe sicuramente dato fastidio avere un figlio, o una figlia, che non appartiene al suo sesso (??????? e questi sono miei). però bisogna fare i conti con la natura, e la natura, a volte, gioca strani scherzi. quindi, se uno,o una si interroga a fondo, e ha voglia di guarire da questa “imperfezione”, fa bene (!!!!). se non ha voglia, o non può, perchè la natura lo ha costruito così, che cosa puoi dire? ma grazie a dio, non ho mai avuto questi problemi. e mi dispiace tanto per chi li ha. Siamo in spagna, il paese dove i gay possono sposarsi:che ne pensa?
risp: “il mondo è cambiato. a noi “normali” certe cose possono sembrare strane, ma a quelli che le vivono, ovviamente, no. sono cattolico praticante e agli omosessuali dico questo: non sono per i ghetti, ma non fate tutto questo cancan, vivete le vostre vite in privato. non mi vanno giù i gay pride, quelli che sfilano mascherati…a uno vaccinato come me possono far ridere, purtroppo, ma se li vedesse mia figlia piccola mi darebbe fastidio. mi sembra l’esposizione di sodoma e gomorra”
e poi sono questi i genitori, quelli che ripudiano i figli.
ho parlato con una ragazzina lesbica di quindici anni e mi raccontava che aveva avuto una ragazza di tredici anni, mi parlava dell’amore in modo del tutto innocente (alla faccia di chi pensa che le lesbiche siano promiscue), me ne parlava con la speranza che le bagnava gli occhi, ancora così ingenui. mi faceva tenerezza, perchè mi ricordava me alla sua età, convinta di sapere già tutto del mondo e di parlarne da esperta, e lei era così piccola, così innamorata, così preoccupata che la madre, esageratamente cattolica l’ammazzasse per quello che è.
le ho detto che se è davvero una brava madre, le vorrà bene comunque, sempre e comunque. penso che sia quasi un dovere per i genitori.
ma lei mi ha detto “mia mamma pensa che i gay siano malati” e mi è venuto da piangere. per sua mamma.e anche per albano.
e mi chiedo da dove nasca la libertà, dove sia la libertà in questo momento.
è quella che ho visto negli occhi e sentito nella voce di quella ragazza?o è nascosta nelle braccia di quella madre?
o semplicemente vive in quell’amore così innocente, raccontato con voce da bambina?
mio dio, non lo so. come potrei saperlo?
posso solo sperarlo, dal basso della mia condizione di essere umano.
e consigliare ad albano di vaccinarsi più spesso.
oggi sono un pò giù. ho le paturnie, come direbbe holly golightly. ho provato a mangiare, ma due panini non mi hanno risollevato l’umore e poi mi sono ricordata di questa bella canzone di katie melua che ho sentito un paio di giorni fa e devo dire che con questo ritmo un pò blues, un pò charlestoniano mi ha fatto muovere le spalle a ritmo per un psichedelico numero di ascolti. =)
e ora si torna a studiare.
enjoy it
per quelli e quelle che arrivano su questo blog cercando: pettinature charleston, trucco charleston, trucco anni ‘20, danza charleston, vita anni ‘20 ecc ecc, voglio esaurire queste richieste perchè d’altronde sono argomenti che interessano anche a me e cercherò di essere esauriente il più possibile.
quindi inizio con qualche parolina sul make up e le acconciature:
durante gli anni venti, le donne riscoprono sè stesse dopo le privazioni della guerra, il concetto di femminilità, nonostante ciò, muta. sarà la voglia crescente di emancipazione e di libertà che pervade le donne il motivo per il quale la donna esce dai lunghi e larghi vestitoni con le gonnellone scialbe e lunghe fino alle caviglie che venivano usati durante la guerra- più per mancanza di vestiti e di denaro che non per vera e propria moda- e si sbarazza dei capelli lunghissimi sempre raccolti in enormi e morbidi chignon: il modello femminile che nasce è quello androgino.
le donne assomigliano a giovani ragazzini, seno e vita sono quasi inesistenti- diciamo l’esatto contrario delle pin-up anni ‘50-, i vestiti evidenziano la schiena e il corpo filiforme scivolando su di esso.
le donne si tagliano i capelli, il taglio più famoso di quei tempi è sicuramente il bob, sia alla louise brooks, liscissimo con la frangia, sia mosso, con morbide onde; il make up sembra evanescente, ma ce n’è molto ed è molto sfumato, il tratto caratterizzante degli occhi è infatti il grande utilizzo di matita nera, una variante di quel trucco sono gli smokey eyes di questi ultimi tempi,infatti gli occhi venivano generosamente bistrati; le sopracciglia, sia negli anni venti che trenta erano sottilissime e quasi invisibili, che contribuivano assieme al trucco degli occhi,a dare un’aria drammatica al viso; la pelle bianchissima e diafana e la bocca ridotta a “boccuccia” con l’indispensabile rossetto rosso.
negli anni 30 gli occhi si fanno più naturali e le ciglia finte diventano un must, la pelle rimane sempre diafana e il rossetto domina- e dominerà per decenni- rosso.
per quanto riguarda la danza charleston, ecco la breve definizione che c’è su wikipedia:
“Il charleston è un ballo di derivazione jazzistica (che si collega con il Rag Time) diffusosi intorno agli anni ‘20, prima in America e poi in Europa. Di andamento veloce e brillante, ha ritmo sincopato in 4/4. Il charleston è senza dubbio il più brioso, gaio e scoppiettante ballo dell’epoca moderna. Per sua struttura, si stacca nettamente da tutti gli altri balli, possedendo una personalità inconfondibile ed inimitabile. Raggiunge la sua massima popolarità intorno al 1925/26, ovvero in un periodo molto particolare della storia americana e del resto del mondo. La popolazione vive con frenesia e dissolutezza questo periodo, quasi presagendo il catastrofico crac economico del 1929, facendo cose pazze e dedicandosi al consumismo più sfrenato. In questo clima elettrizzante e di generale euforia, non poteva mancare un ballo che rispecchiasse quello stato d’animo e che caratterizzasse il periodo.
Il charleston viene preso come emblema: musica allegra e gaia, ritmo eccitante, gonne frastagliate, collane di perle, la classica e rizza piuma sul cappellino , lustrini, paillettes e frac, uniti ad un po’ di fatica nell’eseguirlo sono sufficienti a scaricare la tensione. Oggi non si può dire che il Charleston sia diffusissimo, in Europa è scomparso , ma rimane ancora negli Stati Uniti e non di rado viene eseguito nelle feste “comandate”, specialmente a carnevale e a fine anno.
Deve il suo nome alla città di Charleston, nella Carolina del Sud. Divenne popolare negli Stati Uniti nel 1923 grazie alla canzone The Charleston di James P. Johnson.”
e questi sono i passi sulla carta e in video, se volete impararlo- ma vi consiglio una scuola di danza-
(se l’immagine non si vede tutta, cliccateci sopra) <
per quanto riguarda l’abito con le frangie che ormai associamo a questa danza, immagino che sia stato creato per catalizzare l’attenzione sul movimento del corpo, con le frangie che si muovono quasi a tempo. ma è una mia ipotesi.
per quanto riguarda il vestiario degli anni ‘20-’30, vi mando a questa paginetta molto esauriente storia della moda-anni ‘20 e ‘30
e un video sulla moda direttamente dai 20’s
e ora qualche video da youtube molto belli e interessanti.
questo è per riprodurre il make up degli anni ‘20 -questi sono i make-up artists di helena rubinstein-
(se questi due video stanno tanto a caricarsi, basta che muovete il cursore e poi parte)
questo è per riprodurre il trucco anni ‘30( come sopra)
e questi sono video sulla vita negli anni ‘20, enjoy it!
per della buona musica che ricorda il periodo puntate su al jolson, glenn miller, paul whiteman, le canzoni di fred astaire e poi tanti tanti altri che non si trovano facilmente.
al jolson canta swanee
glenn miller – in the mood
paul whiteman – happy feet
fred astaire- cheek to cheek
soddisfatti? spero di sì.
P.s.: l’ unica fonte è quella di wikipedia per il charleston, è ovvio che se trovate frasi simili può essere perchè per rinfrescarmi la memoria ho letto a casaccio delle pagine in internet e alcuni libri, ma è logico che non sono fonti complete e nemmeno richiami a delle opere di conseguenza non rompete e accontentatevi.
l’argomento in un prossimo futuro verrà ampliato, ma in un futuro molto molto prossimo.
intanto se volete alcune chicche in più andate in questo bellissimo blog, si chiama D’autre Temp
e un’altra sera stava per arrivare. un’ansia nascosta le si avvicinava ogni volta che faceva buio, ogni volta che doveva rimanere da sola e affrontare i fantasmi della notte. ormai non dormiva più da tempo e nonostante la stanchezza e la continua perdita di coscienza, si ostinava a non prendere il sonnifero che le era stato prescritto.
non la conoscevo bene, ma sentivo che qualcosa non andava, me la immaginavo a guardare le ombre della casa, con i suoi occhi grigi spalancati, spalancati dall’insonnia e da che altro? dal terrore.
non so di che cosa avesse paura, ma ce l’aveva. non parlava con nessuno e contrariamente a quello che pensava la gente, non assumeva farmaci di nessun genere e non beveva nemmeno una goccia di alcool. e allora perchè? domandavano tutti?
perchè ce la vedevamo scomparire davanti agli occhi?
perchè il suo sorriso si era tramutato in pianto?
noi non capivamo e lei si trascinava sempre più sfinita aggrappandosi alle lisce pareti dipinte di blu delle sue stanze.
poi non l’abbiamo più trovata. nel suo appartamento non c’era più nessuna traccia di lei.
il sole, che fuori scoppiava, cercava di aprirsi un varco tra le fessure delle persiane chiuse ormai da tempo, scivolavamo sugli strati di polvere.
non sentivamo più il suo profumo che dolcemente impregnava i tessuti e i muri.
la casa non sapeva più di lei e lei era svanita, senza lasciare impronte o tracce della sua presenza.
nemmeno un biglietto, nemmeno una valigia o un abito portato via, no, lei era semplicemente scomparsa.
come un’illusione.