All around me are familiar faces
Worn out places, worn out faces
Bright and early for their daily races
Going nowhere, going nowhere
Their tears are filling up their glasses
No expression, no expression
Hide my head I want to drown my sorrow
No tomorrow, no tomorrow
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very, very
Mad World
Mad world
Children waiting for the day they feel good
Happy Birthday, Happy Birthday
And I feel the way that every child should
Sit and listen, sit and listen
Went to school and I was very nervous
No one knew me, no one knew me
Hello teacher tell me what’s my lesson
Look right through me, look right through me
And I find it kind of funny
I find it kind of sad
The dreams in which I’m dying
Are the best I’ve ever had
I find it hard to tell you
I find it hard to take
When people run in circles
It’s a very, very
Mad World
Mad World
Enlarging your world
Mad World.
-michael andrews feat. gary jules-
to L. 21 years old. i think he’s an angel now.
that’s a fucking mad world.
il suo sguardo tremendo non se lo dimenticherà mai, la bambina con le trecce scure.
La teneva per mano e le disse vieni con me, ti farò vedere le meraviglie, vieni con me e ti insegnerò la vita. Gli ingenui occhi non versarono lacrime, pieni di stupore, solo pietà per l’uomo impararono a conoscere.
La pietà e la vergogna per il carnefice, senza perdono e le trecce disfatte.
Le sue guance purpuree, verginee, solo loro piansero.
E la bimba vide il mondo mutare. le sue mani strinsero l’uomo e per tutta la vita non strinsero altro che aria.
I suoi pensieri offuscati lo uccisero, la vergine indifferenza uccise la sua virilità e nemmeno un rivolo di piacere scese tra le sue gambe.
L’aveva uccisa. i suoi occhi di vetro, le sue labbra da bambola protese verso i corvi che lassù danzavano, celebrando il macabro rito.
Come un ladro fuggì, il peggiore dei ladri.
passò un tempo infinito, finché la lieve brezza accarezzò il suo dolore, era diventata fresca come la notte, la bimba.
Che piano si rialzò e trascinando la sua infanzia dietro di sé, pestò i fiori che le stavano attorno, con i suoi piedi calpestò chi viveva, chi rideva, chi piangeva.
Era il gioco che faceva con l’anima persa, dimenticata chissà dove, laggiù, nel folto del bosco.
Daddy
You do not do, you do not do
Any more, black shoe
In which I have lived like a foot
For thirty years, poor and white,
Barely daring to breathe or Achoo.
Daddy, I have had to kill you.
You died before I had time–
Marble-heavy, a bag full of God,
Ghastly statue with one gray toe
Big as a Frisco seal
And a head in the freakish Atlantic
Where it pours bean green over blue
In the waters off beautiful Nauset.
I used to pray to recover you.
Ach, du.
In the German tongue, in the Polish town
Scraped flat by the roller
Of wars, wars, wars.
But the name of the town is common.
My Polack friend
Says there are a dozen or two.
So I never could tell where you
Put your foot, your root,
I never could talk to you.
The tongue stuck in my jaw.
It stuck in a barb wire snare.
Ich, ich, ich, ich,
I could hardly speak.
I thought every German was you.
And the language obscene
An engine, an engine
Chuffing me off like a Jew.
A Jew to Dachau, Auschwitz, Belsen.
I began to talk like a Jew.
I think I may well be a Jew.
The snows of the Tyrol, the clear beer of Vienna
Are not very pure or true.
With my gipsy ancestress and my weird luck
And my Taroc pack and my Taroc pack
I may be a bit of a Jew.
I have always been scared of you,
With your Luftwaffe, your gobbledygoo.
And your neat mustache
And your Aryan eye, bright blue.
Panzer-man, panzer-man, O You–
Not God but a swastika
So black no sky could squeak through.
Every woman adores a Fascist,
The boot in the face, the brute
Brute heart of a brute like you.
You stand at the blackboard, daddy,
In the picture I have of you,
A cleft in your chin instead of your foot
But no less a devil for that, no not
Any less the black man who
Bit my pretty red heart in two.
I was ten when they buried you.
At twenty I tried to die
And get back, back, back to you.
I thought even the bones would do.
But they pulled me out of the sack,
And they stuck me together with glue.
And then I knew what to do.
I made a model of you,
A man in black with a Meinkampf look
And a love of the rack and the screw.
And I said I do, I do.
So daddy, I’m finally through.
The black telephone’s off at the root,
The voices just can’t worm through.
If I’ve killed one man, I’ve killed two–
The vampire who said he was you
And drank my blood for a year,
Seven years, if you want to know.
Daddy, you can lie back now.
There’s a stake in your fat black heart
And the villagers never liked you.
They are dancing and stamping on you.
They always knew it was you.
Daddy, daddy, you bastard, I’m through.
se mai dovessi avere figli, cosa che non succederà mai. ma, SE MAI DOVESSI AVERNE, ho sempre pensato a come li avrei educati.
devo dire che uno dei principali motivi per cui non voglio figli è la loro adolescenza e l’impianto culturale, morale che il genitore deve dargli. insomma la sua formazione e la “ribellione” adolescenziale.
mi sono chiesta, che cosa dovrei fare?
mio figlio lo farei crescere senza tv, uno dei peggiori mali, senza stupide pubblicità, senza stupidi ed inutili giocattoli, ma non li abolirei tutti perchè la fantasia viene alimentata anche maneggiando bambole, non sono contraria ai videogiochi, insomma, io li uso, ma un bambino non ha il senso della misura e finisce che si rincoglionisce lì.
premettendo che sicuramente la mia casa sarà tapezzata da libri, quaderni, film, film e film spero che prenda spunto dalla cultura e mi diventi una persona obiettiva e intelligente, per carità se poi vorrà fare il tronista ( sperando che per quel tempo non esistano più)lo lascerò fare, ma mi chiederei dove ho sbagliato per creare un tale coglione.
se sarà una femminuccia, non gli racconterò mai e poi mai fiabe quali cenerentola e biancaneve, il male maggiore delle future donne, che inculcano in testa l’idea di principe azzurro e poi si ritrovano a vent’anni a dire sbattendo gli occhioni “sì io ci credo al principe azzurro” tutte sicure di sè, poi arrivano a trent’anni nevrotiche che si lamentano della vita e degli uomini che non sono come dovrebbero essere, e addirittura alcune ammettono orgogliose che per il loro uomo saranno una geisha (senza sapere cos’è una geisha tralaltro). per fortuna ero una bambina intelligente e non ci sono mai cascata. piuttosto gli racconto i miti greci, o gli leggo libri, tutto ma non “..e vissero felici e contenti”, non vorrei che vivesse nell’illusione.
a proposito di miti, un’altra storiella che non gli racconterei mai è quella di dio, non lo porterò a messa, non lo battezzerò, non lo farò diventare vittima di certe credenze e valori che ci circondano.
vorrei che fosse una creatura libera.
e poi la domanda agghiacciante: e se dopo avergli negato tv, videogiochi, fiabe,dio, consumismo e troiate varie, mi diventa un bigottone che guarda il grande fratello, che lo commenta sdegnato, che guarda la vita in diretta e che si spacca la schiena per un uomo che forse non la ama nemmeno poi così tanto?
lo so ho generalizzato, ma la questione è: è bene crescere i figli seguendo uno schema che mira a “salvarli”, o meglio “salvaguardarli” da certe schifezze della società, dal marciume insito nella nostra vita ( vedi berlusconi e la felicità) se poi magari, dopo esserne stati privati, sono attratti proprio dalle cose che tu gli hai negato pensando di fare del bene alla creatura?
dilemma..
vivere e non farlo staticamente. persi in una quotidianità vuota e insulsa, senza pensieri, o sogni. lavoro, casa, cibo, tv (grande fratello se possibile) e ricominciare il giorno dopo. no. mi dispiace così non si vive. e poi guardi proprio quelle persone e pensi ” però, loro a differenza mia non hanno tutti questi pensieri catastrofici, sembrano così felici e spensierati”, spensierati appunto. senza pensieri, automi della quotidianità.
e io me ne faccio un baffo, io sogno, mi faccio del male, sono triste, anche in pochi minuti il mio universo può cambiare perchè la staticità non l’ho mai sopportata.
io che pianifico di fumarmi la vaniglia e la cioccolata, che trovo meraviglioso fare le bolle di sapone, guardarle stagliarsi contro il sole, a me che non interessa se chi guida va veloce, mi piace la velocità. penso che ogni minuto possa essere una svolta.
voglio diventare qualcuno, essere eccentrica senza controllarmi, senza nascondermi nel guscio.
vorrei poter essere libera. libera sul serio.
DOROTHY PARKER
« Razors pain you; Rivers are damp;
Acids stain you; And drugs cause cramp.
Guns aren’t lawful; Nooses give;
Gas smells awful; You might as well live »
« I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi;
l’acido macchia; i farmaci danno i crampi.
Le pistole sono illegali; i cappi cedono;
il gas fa schifo. Tanto vale vivere… »
(Dorothy Parker, Résumé)
ancora un giro, ancora una volta per questa pazza vita.
Mi piace camminare l’alba, vederla nascere con me dopo una notte all’aria aperta, a guardare esterrefatti il buio, con la testa liquida senza vedere una sola luce, ma una scia di luci.
Senza rendermene conto piangevo, piangevo perché ero triste, ero felice, perché ero così felice che volevo morire.
Tutti insieme noi, era un coro di risate che rimbombavano, era un coro di cuori che battevano così intensamente e urlavano le vene e pulsavano i nostri capelli tra le bizze del vento notturno, come se quella fosse stata l’ultima volta.
Era sempre l’ultima volta per noi.
era una serata che sapeva di libertà, la nostra.
l’abbiamo assaggiata a morsi voluttuosi,
siamo diventati noi stessi aria scura,
con la pelle di luna e
gli occhi come le lucciole nell’afa,
un suono di violino incalzante lontano
vicino all’alba,
che sorgeva timida e fresca,
portando i nostri sogni
a riposare accompagnati da un’altra notte.
da altre stelle.
-a skins, e alla sil, che ogni volta che guardo loro penso a te-
l’altro ieri, come ogni mercoledì ho preso vanity fair e leggendolo inciampo nell’intervista di albano e mi raggelo di fronte alle seguenti domande: al festival povia presenterà un brano-luca era gay-che ha già scatenato polemiche per il tema dell’omosessualità vissuta come qualcosa da cui guarire: se uno dei suoi figli fosse stato gay, lei come si sarebbe comportato?
risposta: “come padre, mi avrebbe sicuramente dato fastidio avere un figlio, o una figlia, che non appartiene al suo sesso (??????? e questi sono miei). però bisogna fare i conti con la natura, e la natura, a volte, gioca strani scherzi. quindi, se uno,o una si interroga a fondo, e ha voglia di guarire da questa “imperfezione”, fa bene (!!!!). se non ha voglia, o non può, perchè la natura lo ha costruito così, che cosa puoi dire? ma grazie a dio, non ho mai avuto questi problemi. e mi dispiace tanto per chi li ha. Siamo in spagna, il paese dove i gay possono sposarsi:che ne pensa?
risp: “il mondo è cambiato. a noi “normali” certe cose possono sembrare strane, ma a quelli che le vivono, ovviamente, no. sono cattolico praticante e agli omosessuali dico questo: non sono per i ghetti, ma non fate tutto questo cancan, vivete le vostre vite in privato. non mi vanno giù i gay pride, quelli che sfilano mascherati…a uno vaccinato come me possono far ridere, purtroppo, ma se li vedesse mia figlia piccola mi darebbe fastidio. mi sembra l’esposizione di sodoma e gomorra”
e poi sono questi i genitori, quelli che ripudiano i figli.
ho parlato con una ragazzina lesbica di quindici anni e mi raccontava che aveva avuto una ragazza di tredici anni, mi parlava dell’amore in modo del tutto innocente (alla faccia di chi pensa che le lesbiche siano promiscue), me ne parlava con la speranza che le bagnava gli occhi, ancora così ingenui. mi faceva tenerezza, perchè mi ricordava me alla sua età, convinta di sapere già tutto del mondo e di parlarne da esperta, e lei era così piccola, così innamorata, così preoccupata che la madre, esageratamente cattolica l’ammazzasse per quello che è.
le ho detto che se è davvero una brava madre, le vorrà bene comunque, sempre e comunque. penso che sia quasi un dovere per i genitori.
ma lei mi ha detto “mia mamma pensa che i gay siano malati” e mi è venuto da piangere. per sua mamma.e anche per albano.
e mi chiedo da dove nasca la libertà, dove sia la libertà in questo momento.
è quella che ho visto negli occhi e sentito nella voce di quella ragazza?o è nascosta nelle braccia di quella madre?
o semplicemente vive in quell’amore così innocente, raccontato con voce da bambina?
mio dio, non lo so. come potrei saperlo?
posso solo sperarlo, dal basso della mia condizione di essere umano.
e consigliare ad albano di vaccinarsi più spesso.
sono confusa.
perchè i sentimenti non si regalano.
perchè i segreti sono segreti e non si possono raccontare.
le favole si raccontano, i segreti no.
soprattutto i segreti oscuri, quelli che fanno paura anche a te e sai che se li dicessi a qualcuno, questo scapperebbe a gambe levate. e allora stai zitto nel tuo mondo triste, dove giacciono i pensieri lugubri senza vita, senza sorrisi.
ma questi li devi donare a chi ti sta vicino, altrimenti si preoccupano e ti chiedono cosa c’è e tu non sai come spiegarlo, non sai nemmeno che cosa ci sia dentro di te, ti fa troppa paura riconoscere l’orrore tra le tue ossa e vuoi solamente stare chiusa nel lutto del tuo silenzio.
io giuro, giuro che sto facendo uno sforzo per sembrare almeno contenta delle giornate che si presentano, ho anche pensato di comprarmi delle scarpe rosse per rallegrare la mia malinconica e tetra personcina, ma non posso, non riesco a sforzarmi più di così.
ogni sorriso rimanda ad una felicità che non ho, che cerco e che non si fa trovare, mi riporta ai tristi fatti della vita, di chi a 18 anni si ritrova a lottare con un tumore incredibilmente bastardo, di chi trova il proprio gatto morto sul ciglio della strada e non ha avuto il coraggio di avvolgerlo in una coperta per portarlo a casa perchè quel corpo privo di vita era diventato di marmo…
..e quando me lo scarrozzavo in spalla era la palla di pelo più morbida che conoscessi…
…e quando penso che forse perderò una persona che è stata un’amica e che è giovane, con una cazzo di vita davanti…
allora ogni sorriso mi sembra un’offesa a chi soffre, a chi i sorrisi non sa più cosa sono.
e un’altra sera stava per arrivare. un’ansia nascosta le si avvicinava ogni volta che faceva buio, ogni volta che doveva rimanere da sola e affrontare i fantasmi della notte. ormai non dormiva più da tempo e nonostante la stanchezza e la continua perdita di coscienza, si ostinava a non prendere il sonnifero che le era stato prescritto.
non la conoscevo bene, ma sentivo che qualcosa non andava, me la immaginavo a guardare le ombre della casa, con i suoi occhi grigi spalancati, spalancati dall’insonnia e da che altro? dal terrore.
non so di che cosa avesse paura, ma ce l’aveva. non parlava con nessuno e contrariamente a quello che pensava la gente, non assumeva farmaci di nessun genere e non beveva nemmeno una goccia di alcool. e allora perchè? domandavano tutti?
perchè ce la vedevamo scomparire davanti agli occhi?
perchè il suo sorriso si era tramutato in pianto?
noi non capivamo e lei si trascinava sempre più sfinita aggrappandosi alle lisce pareti dipinte di blu delle sue stanze.
poi non l’abbiamo più trovata. nel suo appartamento non c’era più nessuna traccia di lei.
il sole, che fuori scoppiava, cercava di aprirsi un varco tra le fessure delle persiane chiuse ormai da tempo, scivolavamo sugli strati di polvere.
non sentivamo più il suo profumo che dolcemente impregnava i tessuti e i muri.
la casa non sapeva più di lei e lei era svanita, senza lasciare impronte o tracce della sua presenza.
nemmeno un biglietto, nemmeno una valigia o un abito portato via, no, lei era semplicemente scomparsa.
come un’illusione.